Big Norman Whiteside


normanwhiteside.jpgFinale di FA Cup 1985, 18 Maggio. Manchester United ed Everton ancora ferme sullo zero a zero dopo i novanta minuti regolamentari. Un equilibrio che rendeva il match immobile. Un equilibrio spezzato da un elemento: lo United avrebbe affrontato i supplementari in dieci, inferiorità numerica determinata al settantottesimo minuto dall’espulsione del mediano Kevin Moran. In centomila a Wembley per un match tutto sommato non bello, per nulla spettacolare. Ed ancora mezz’ora da giocare.  

Minuto centodieci. Sale in cattedra Big Norman. Lui ricorda cosi’: “Mark Hughes mi vide correre sulla destra e mi servi’, io entrai in area di rigore e vidi Neville Southall, il portiere dell’Everton, posizionato sul palo destro della porta, dalla mia parte. Allora mi servii di un loro difensore come schermo tirando verso sinistra e Neville non ce la fece a raggiungere la palla’. Ecco raccontata con le parole di Norman Whiteside la vittoria del Manchester United. Big Norman freddò con un bolide angolatissimo da venti metri l’estremo difensore dell’Everton, questo successe.

Una prodezza che la dice lunga sull’acutezza con cui l’avanti irlandese miscelava rischio, imprevedibilità e intelligenza agonistica. Una prodezza che fece breccia non solo nella porta dell’Everton, ma anche nei cuori dei tifosi dei Red Devils, per la verità affezionati a Norman fin da quel 24 Aprile 1982, data del suo esordio in maglia rossa. Il non ancora diciassettenne Whiteside attirò su di sé l’attenzione dei quali ventunomila presenti al Goldstone Ground di Brighton: egli era il giocatore più giovane dello United a disputare una gara con la prima squadra dai tempi di Duncan Edwards. Roba da far tremare le gambe al ragazzo, grossa responsabilità. Anche perché l’illustre passato del club estraeva dal suo cilindro un altro nome eccellente con cui Norman sarebbe stato portato a paragone: George Best. Si, perché oltre ad essere nato anche lui a Belfast, era stato segnalato allo United da quello stesso Bob Bishop che aveva a suo tempo mandato a Matt Busby il famoso telegramma ‘divinatorio’ in cui definiva George a genius. Ce n’era a sufficienza per far emozionare il ragazzo Norman: meno male che lui aveva le spalle larghe e forti, caratteristica che, unita ad una classe purissima, lo rendeva una minaccia concreta e costante in area di rigore. All’abilità con cui improvvisava trovate spiazzanti per le difese avversarie non accompagnava, però, una grande velocità. Questo è il cruccio che lo porterà ad arretrare, durante la sua carriera, la sua posizione in campo, arrivando a ricoprire talvolta la fascia mediana. Di foga ed agonismo per sorvegliare quelle zone del resto ne aveva: non si sottraeva agli scontri fisici in modo pulito e leale, consono allo spirito battagliero della competizione dei novanta minuti. Certo, però, che quella velocità mancante fu uno dei motivi gli precluse il posto di titolare nello scacchiere del suo secondo allenatore allo United, Sir Alex Ferguson.

E pensare che col primo mister, Ron Atkinson, di soddisfazioni da attaccante se l’era tolte: quarantuno le reti segnate dal 1981/82 al 1984/85 con alcuni goals indimenticabili contro  Liverpool, Tottenham Hotspur e Arsenal (da ricordare quello inflitto ai Gunners a Villa Park, in occasione della FA Cup del 16 Aprile 1983, e soprattutto quello decisivo ad Highbury il 23 Febbraio 1985, match che Whiteside aveva cominciato dalla panchina). Beniamino del pubblico dello United per le sue imprese contro le squadre  rivali di sempre, Norman alzò le braccia al cielo dopo quel goal segnato all’Everton che consegnava ai Red Devils la FA Cup del 1985. Ron Atkinson, dalla panchina, fece lo stesso. Per loro tutto andava per il meglio: Mister Atkinson era arrivato all’apice della sua permanenza allo United, Whiteside come detto era protagonista nel suo club e nella nazionale irlandese, dove aveva esordito a diciassette anni e quarantun giorni al Mondiale di Spagna del 1982. Il primo match dell’Irlanda al Mundial contro la Yugoslavia permise a Norman di diventare il più giovane giocatore a presenziare nel torneo della Coppa del Mondo, superando il record detenuto da Pelè. Rieccolo, il passato dei nomi eccellenti: Whiteside sembrava un predestinato in procinto di far parte della storia del Calcio accanto a quegli Edwards, Best, Pelè. Il goal contro l’Algeria segnato al Mondiale messicano del 1986 faceva pensare che il meglio, per Norman, era più che mai a portata di mano. Ma tale rimase. La stagione successiva vide lo United inanellare una serie imbarazzante di sconfitte iniziali che furono fatali ad Atkinson.

L’allenatore fu rimpiazzato, con la squadra undicesima in classifica, dallo scozzese Alexander Ferguson che portava in dote stagioni di ottimo livello alla guida dell’Aberdeen. Ferguson portava in dote anche un codice disciplinare che non si confaceva alle abitudini extracalcistiche di Whiteside, amante della birra in modo troppo disinvolto per piacere al nuovo Mister. Aggiungiamo a questo l’insistenza di una serie di noie muscolari che ne stavano condizionando da tempo il rendimento e mescoliamo il tutto con quella scarsa velocità che affliggeva la scheda tecnica di Norman et voilà, ecco che il Big Norman della gestione Atkinson diventò ‘sopportato’ da Alex Ferguson fino alla sua cessione all’Everton nel 1989, per seicento sterline. Norman se ne andò con buona pace di tutti – sua, in primis – oppure venne cordialmente messo alla porta? Secondo la sua autobiografia ‘Determined’, uscita nell’estate 2007, era in corso una trattativa di cessione. Trattativa a cui la tifoseria era fortemente contraria. Certo, Whiteside non rientrava nei piani di Ferguson, questo era ormai chiaro.

Tuttavia Fergie ebbe su di lui commenti tutt’altro che negativi, come quando ricordò divertito ‘Big Norman prese a calci tutti a cominciare dall’inizio della partita – disse, a proposito del match casalingo del 24 Gennaio 1987 contro l’Arsenal – ma non fu mai ammonito dall’arbitro!’ oppure l’ammissione che ‘con un po’ di velocità in più, avremmo avuto in Whiteside uno dei migliori giocatori britannici di sempre’. Fatto sta che la partita contro il Nottingham Forest del Marzo 1988 fu l’ultima di Norman con la maglia dello United. A ventiquattro anni si apriva per lui una carriera nuova in una nuova squadra, l’Everton. Poche partite furono però sufficienti perché scattasse un campanello d’allarme, l’ennesimo, al ginocchio.

Afflitto da ben tredici operazioni nell’arco della sua breve carriera, Whiteside si trovò a rischiare di non poter più camminare se avesse continuato a giocare. Fu la fine, allora. Esattamente due anni, ventinove presenze e nove goals dopo il suo trasferimento ai Toffees. A ventisei anni, Norman cambiò prospettive ma non troppo. Si specializzò infatti in problemi ed infortuni calcistici come podologo. Dalle parti di Manchester conservano ottimi ed affettuosi ricordi di lui. Del resto, come Whiteside stesso ebbe a dire, lui e Best ‘venivano dallo stesso posto, giocavano nello stesso club ed erano stati scoperti dalla stessa persona’. Abbastanza per abitare nei cuori dei frequentatori dell’Old Trafford.


Scritto da Alessio Spina 

 

Christian Cesarini

Christian Cesarini

Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
Christian Cesarini

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