Hanno detto di Don Revie…


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Sotto la gestione di Don Revie, il Leeds United vinse tutte e tre le grandi competizioni nazionali e fu una delle squadre più potenti e temute d’Europa. Tra il 1965 e il 1974 il club di Elland Road non finì mai fuori dalle prime quattro in First Division. La testimonianza più grande dell’influenza di Revie sul club fu che prima del suo regno ad Elland Road, l’unico trofeo importante vinto fu il titolo della Second Division. Con lui il club assunse un aureo di rispetto, spesso criticata per gli atteggiamenti fuori e soprattutto dentro il campo da gioco, ma in ogni modo riconosciuta da tutto l’ambiente calcistico inglese. Chi l’ha frequentato da vicino, lo descrive così:

 

Billy Bremner: " Nonostante quello che si credeva fuori dell’ambiente Leeds, Don non è mai stato un uomo dalla disciplina ferrea e maniacale. Certo, se non rigavi dritto potevi considerarti un ex giocatore, ma in lui prevaleva sempre il rispetto verso i suoi ragazzi. Quando andavamo in trasferta spesso ci permetteva di indossare abiti casual ma ci ricordava sempre che rappresentavamo Leeds come football club e come città e per ciò dovevamo essere sempre e comunque presentabili. Molti all’esterno erano convinti che nel nostro spogliatoio regnasse un clima da galera con Revie in veste di direttore, ma non è per niente vero. Si, non c’era permesso di avere i capelli molto lunghi, ma non siamo mai stati dei detenuti. Don Revie era molto superstizioso, ma del resto lo eravamo un pò tutti. Io per un periodo presi in prestito un pettine di Norman Hunter che diventò mio per diverse settimane perchè, continuavamo a vincere partita dopo partita. Una volta indossai gli stessi pantaloni per mesi perchè continuavamo a vincere ma poi un giorno mi fermai a riflettere sulla superstizione nel calcio e pensai: al diavolo i giochetti della sorte, quello che sarà sarà…Don Revie a Leeds fece un lavoro eccezionale. Quando andò via per lavorare con la nazionale non ebbe grande successo. Il motivo per me fu da subito chiaro: con l’Inghilterra non riuscì a sviluppare quello spirito di famiglia che creò a Leeds. Nonostante il suo periodo negativo con la nazionale per me rimane uno dei più grandi di sempre e la mia fortuna economica come uomo e come calciatore la devo a lui. Quando gli fu conferito l’Ordine dell’Impero Britannico nel gennaio del 1970 nessuno fu più contento del sottoscritto. Lo meritava in pieno. Pettegolezzi e allusioni caratterizzarono tutta la sua carriera manageriale; Don si disperava che i suoi successi nella gestione del club non erano mai celebrati come invece avrebbero dovuto e come invece succedeva ad altri managers. Per noi ex giocatori e per i nostri tifosi la memoria di Don Revie sarà sempre considerata con il massimo rispetto.

 

Joe Jordan: "Don Revie? Il miglior allenatore con il quale ho avuto il privilegio di lavorare".

 

Trevor Cherry: "Mi ha trattato sempre come un figlio. Devo molto di quello che ho adesso a Don".

 

Peter Lorimer: "Ogni stagione, sistematicamente, giravano voci nuove su di lui e sul fatto che avrebbe lasciato Leeds. In tutta sincerità, la mia sensazione fu quella che fu proprio Don Revie ad alimentare certe voci, per mettere così pressione alla dirigenza ed ottenere più soldi per lui ma anche per noi giocatori. Spesso ci ripeteva che era sua intenzione lasciare il mondo del calcio prima dei cinquanta anni e godersi la vita dopo aver accumulato i soldi necessari per vivere di rendita. Era un vero maestro anche nell’utilizzare la stampa. Se un giornalista parlava bene della squadra e delle prestazioni era sempre ben accetto agli allenamenti e ai match del sabato. Ma se un giornalista parlava male del Leeds e dei suoi giocatori Don chiamava personalmente il responsabile del giornale e gli diceva senza mezzi termini:”non si preoccupi di mandare il suo inviato ad Elland Road sabato prossimo, non sarà ammesso ad assistere al match.”. Era furbo, freddo nelle decisioni, ma anche lui, come tutti, aveva un punto debole che gli faceva perdere le staffe: non riusciva ad accettare la sconfitta in maniera serena. Uscire dal campo battuti o perdere una semifinale o peggio ancora una finale, come ci capitò a volte nel suo periodo al Leeds, significava non potergli rivolgere la parola per ore e a volte neanche il giorno dopo. Perdere diventava un fatto personale, una questione d’onore. Non ho mai conosciuto un uomo prendere la sconfitta così male.

 

Andrew Mourant (giornalista autore del libro: Don Revie, portrait of a footballing enigma): "L’ingaggio di Peter Lorimer fu una grande intuizione di Don Revie e dimostra appieno la sua determinazione nel raggiungere gli obiettivi. Era il 1962 e Don era da mesi sulle tracce del quindicenne Peter, del quale si parlava un gran bene. Quando Revie ricevette una soffiata che un altro club era pronto a far firmare Lorimer lui e Maurice Lindley, il fidato assistente e talent scout, partirono immediatamente in auto per la Scozia. Arrivarono a Dundee in piena notte e furono fermati da un auto della polizia per eccesso di velocità. Fortunatamente per loro il poliziotto era un grande appassionato di football e riconosciuto Revie decise di lasciarli andar via. Alle due e mezzo Revie e Lindley bussarono alla porta di casa Lorimer. Con poche parole convinsero Peter a firmare e ripartirono subito per Leeds con tasca il contratto dello scozzese. Alle 8 di mattina, poche ore dopo la firma, il manager del club che si apprestava ad ingaggiare Lorimer chiamò il giocatore convinto di chiudere la trattativa. Fu una gran sorpresa scoprire che Peter era già diventato un giocatore del Leeds.” 

 

Johnny Giles: "Ogni volta che una nuova stagione stava per iniziare la gente, compresa anche una parte di tifosi del Leeds, non ci dava troppo credito ed in molti pensavano che non avremmo ripetuto le prestazioni d’alto livello fatte in passato. Don Revie ci preparava mentalmente al nuovo campionato e ad ogni allenamento ci ripeteva una frase come una cantilena:” Zitti e lavorate…Noi siamo stati e saremo ancora la migliore squadra del paese".

 

Mike Channon:”  Ho giocato diverse per l’Inghilterra durante la gestione di Revie: "Voleva che la nazionale fosse la sua famiglia, i giocatori i suoi ragazzi, così come aveva fatto a Leeds. Allenare una selezione non è la stessa cosa e molti di noi si ribellarono ai suoi metodi…”

 

Eddie Gray: “Aveva una grandissima personalità. Era difficile respingere le sue pretese. La sua forza di persuasione era enorme. Lui insisteva nel dirci che il Leeds poteva diventare l’equivalente inglese del Real Madrid. Don aveva un’aura intimidatoria che si manifestava spesso con sguardi e gesti e quasi mai con le parole. Ricordo che una volta Norman Hunter arrivò in ritardo ad un allenamento, Don l’attese all’ingresso dello spogliatoio, lo fissò per qualche secondo, e poi camminò lentamente passando ad un paio di metri da Norman guardando l’orologio. Non disse una parola, ma fu più eloquente di mille parole.” Aveva un carattere molto forte e quando era arrabbiato per qualcosa era meglio non rivolgergli la parola per non peggiorare la situazione. Era un uomo grande e grosso, con le mani grandi. Ricordo il suo pugno sul tavolo, cosa che faceva spesso, quando era sconvolto, tutta la stanza sembrava tremare. Non dimenticherò mai il suo atteggiamento negli spogliatoi durante l’intervallo delle partite. Se non stavamo giocando bene lo capivamo dal suo comportamento sempre uguale. Aspettava che tutti erano seduti e poi si pettinava i capelli davanti allo specchio, per poi guardarci senza dire una parola. Mentre il suo pettine scolpiva i suoi capelli nello spogliatoio c’era un tale silenzio che potevi sentire cadere uno spillo. Arrivai al Leeds United molto giovane e con lui sono cresciuto come giocatore e uomo; più che un manager per me fu un padre. Una delle principali ragioni della mia decisione di andare a Leeds fu, infatti, proprio Don. Quando si trattava di far sentire una persona speciale lui, a differenza d’altri managers dell’epoca, sapeva bene cosa fare. Ricordo sempre con piacere di quella volta che organizzò una bellissima festa per noi giocatori e le nostre famiglie all’Hotel Central. Nulla fu lasciato al caso e fu davvero una piacevole sorpresa che ci fece sentire importanti.”

 

George Best: “La forza del Leeds United era che non avevano punti deboli. Grazie soprattutto a Don Revie possedevano un grande spirito di squadra. Ogni volta che con il Manchester United incontravamo Bremner e compagni sapevi già che c’era da rimboccarsi le maniche e lottare. Erano grandi sfide, spesso non belle tecnicamente ma combattute, durissime e sempre al limite del regolamento. Se non eri disposto a tenergli testa potevi anche rimanere a casa. Elland Road per noi era come andare all’inferno e nessuno al Manchester United amava andare a giocare a Leeds.”

 

Per finire una dichiarazione proprio di Revie, che testimonia inequivocabilmente quanto il manager fosse legato a Leeds e al Leeds United.

Don Revie:Il mio premio (il riferimento è al titolo OBE ricevuto nel 1970) dovrebbe essere riconosciuto al club piuttosto che come realizzazione personale, perché senza il talento, il carattere e la dedizione di tutte le persone dipendenti del club, il mio successo come manager non sarebbe stato possibile. Quando sono andato a Buckingham Palace ho raccolto il premio a nome del Leeds United."

 

di Chris C. – tratto dalla rivista Fever Pitch – Monografia Dirty Leeds

 

Christian Cesarini

Christian Cesarini

Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
Christian Cesarini

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