I Wolves dal dopoguerra ai primi floodlight matches


wolves.jpgNel 1946, con la fine della guerra, anche il calcio, come tutte le attività, riparte faticosamente. La stagione 1946-47 è difficile e tormentata, ma la voglia di voltare pagina, di divertirsi e darsi a cose più leggere e liete è troppa. Sono gli anni della ricostruzione, anche per lo sport più popolare del Regno Unito; molti club hanno sospeso l’attività, diversi stadi sono stati distrutti dai bombardamenti tedeschi, un’intera generazione di calciatori è stata decimata dalla guerra. E’ quasi tutto da rifare, ma l’entusiasmo è grande, e all’ombra del Molineux si coniuga con la competenza e la lungimiranza di una dirigenza che proprio in questi anni pone le basi del periodo più glorioso della storia del Wolverhampton Wanderers. Nel 1939, all’alba delle ostilità belliche, i Wolves avevano loro malgrado scritto una pagina storica del calcio inglese, perdendo per 4-1 la finale di FA Cup contro la ‘cenerentola’ Portsmouth. E’ uno smacco che i Wolves provano a vendicare subito, ma nel 1946-47 cadono ancora una volta sul traguardo, chiudendo il campionato al 3° posto, ma con un solo punto meno del Liverpool campione. Il manager è Ted Vizard, succeduto nel 1944 alla leggendaria figura del Maggiore Frank Buckley. Quella squadra annovera tanti talenti, il più grande dei quali, Stan Cullis, sciocca tutti a fine stagione annunciando il ritiro dall’attività agonistica per diventare vice di Vizard.
Nel 1948 Cullis diventa manager al termine di una stagione mediocre (i Wolves finiscono il campionato al 5° posto), e apre quello che sarà il ciclo più glorioso della storia del club. Il successo arriva subito, nelle forme della FA Cup, conquistata a Wembley nella finale contro il Leicester. Contro una squadra di categoria inferiore, i Wolves non ripetono l’errore del 1939 e dominano il match davanti ai 99,500 spettatori di Wembley. I gol di Pye (2) e Smyth fissano il 3-1 e quantificano la netta superiorità della squadra di Cullis. Il successo è un perfetto manifesto della rivoluzionaria filosofia calcistica di Cullis, convinto assertore di un gioco diretto fatto di passaggi di prima, lontano dal calcio ‘palla al piede’ allora dominante. Un modello tattico che però non funziona altrettanto bene in campionato, dove i Wolves finiscono 6°. Per Cullis, però, è proprio la conquista del titolo nazionale che comincia a diventare un’ossessione. Il manager era infatti in campo nelle ultime due stagioni prebelliche, quando i Wolves erano finiti per due volte al 2° posto.
 
E l’ossessione si acuisce nel 1949-50, quando la squadra termina la First Division a pari punti con il Portsmouth (53) ma vede sfumare il titolo per la peggiore differenza reti. Una beffa atroce, resa ancora più amara dalla sconfitta in FA Cup per mano dell’Arsenal. Sembrano le premesse di un grande ciclo, ma le due stagioni successive non mantengono le promesse, e i Wolves finiscono lontano dalla vetta; nel 1952-53 comincia la riscossa, con la squadra di Cullis che finisce al 3° posto. E proprio in questo periodo, destinato a culminare con il sospirato titolo della stagione 1953-54, la dirigenza dei Wolves si conferma all’avanguardia, decidendo di dotare il Molineux di riflettori per consentire il gioco anche in notturna. I Wolves sono fra i primi club ad andare in questa direzione rivoluzionaria, aprendo di fatto una irripetibile stagione di grandi match internazionali in notturna, prodromo e modello delle coppe europee che saranno varate dopo qualche anno. Non è tuttavia una decisione che incontra il favore immediato delle istituzioni calcistiche nazionali. Tanto la Football League che la Football Association negano ai Wolves il permesso di disputare match ufficiali di campionato o di coppa in notturna, limitando così il possibile impiego della nuova infrastruttura di illuminazione alle gare amichevoli. La dirigenza del club non rinuncia però a realizzare la propria avveniristica visione, e incarica la France’s Electric Ltd di Darlaston di realizzare il migliore impianto possibile sulla base delle tecnologie esistenti. Mr France, titolare della ditta e progettista dell’impianto, impiega quasi due anni per completare l’opera, dopo aver a lungo studiato i particolarissimi problemi indotti dalla novità della stessa. Le cronache dell’epoca narrano che realizzi addirittura una fedele riproduzione in miniatura del Molineux, verificando in scala le soluzioni di volta in volta ideate.
Nel 1953 il sistema di illuminazione è finalmente pronto. Le quattro torri poste agli angoli del terreno di gioco, dotate di sessanta proiettori alimentati da un generatore diesel, sono costate circa 10,000 sterline, ed hanno un costo di esercizio di sette scellini e sei pence all’ora. L’onore di inaugurare l’illuminazione è inizialmente riservato al Celtic Glasgow, con cui è concordata un’amichevole per il 14 ottobre 1953. Succede però che la messa a punto dell’impianto è completata prima del previsto, e la dirigenza dei Wolves decide di approfittarne, posticipando alla sera del 30 settembre la prestigiosa amichevole contro la rappresentativa nazionale del Sud Africa, originariamente programmata per il pomeriggio dello stesso giorno. Stimolare la curiosità di vedere finalmente in opera i riflettori artificiali con una partita internazionale, assai poco frequente in quegli anni, è un’altra grande intuizione della dirigenza del Molineux.
 
L’attesa della vigilia è tale da oscurare anche il clamoroso 8-1 rifilato al Chelsea il sabato precedente, con il grande Johnny Hancocks autore di una tripletta. Il ‘Football in Technicolor’, come definito da alcuni mezzi di informazione, è ufficialmente inaugurato alle 7.45 serali di mercoledì 30 settembre 1953, davanti a 33,681 appassionati. L’attesa non è solo per lo spettacolo dell’illuminazione: il Sud Africa è squadra vera, nel pieno di una tourneè di grande successo, nel corso della quale ha pareggiato 2-2 con l’Arsenal e con il Birmingham County FA, battendo invece per 4-0 una rappresentativa amatoriale, 3-1 il Charlton e 4-2 il Norfolk FA. Per i Wolves è quindi un test probante, oltre che l’ideale coronamento della trionfale tourneè compiuta in Sudafrica nel 1951, con dodici vittorie in altrettante partite, sessanta reti realizzate e solo cinque subite. In un clima di grande sportività e rispetto reciproco, le squadre entrano in campo guidate dai rispettivi capitani Ross Dow (Sud Africa) e Eddie Stuart (Wolves). Per Stuart, nato proprio in Sudafrica, è un grande onore concessogli da Bill Shorthouse, all’epoca capitano della squadra. In campo, alcuni dei nomi entrati nella storia del club, protagonisti fra l’altro della rincorsa che porterà pochi mesi dopo al primo sospirato titolo.
Billy Wright, Jimmy Mullen, Johnny Hancocks, Roy Swinbourne, l’ancora dilettante Bill Slater, Peter Broadbent sono nomi che ancora fanno sospirare I fedelissimi del Molineux, e in questa serata regalano sprazzi di grande calcio, liquidando gli ospiti sudafricani con un secco 3-1 firmato dai gol di Mullen, Broadbent e Swinbourne. Al termine del match, fra reciproci attestati di stima e scambio di doni, la dirigenza assapora la perfetta riuscita dell’evento, annunciando per l’immediato futuro altre grandi serate di calcio internazionale che confermino la crescente reputazione dei Wolves fra i grandi club del continente. Un mesetto dopo, di fronte a 41,820 spettatori, lo spettacolo si ripete, ospite il Celtic. Si gioca ancora di mercoledì, per non interferire con il campionato, e Cullis si concede addirittura un primordiale assaggio di turn-over. In porta Nigel Sims sostituisce Bert Williams, in difesa rientra Shorthouse mentre il 17-enne Bobby Mason esordisce con la casacca Old Gold. Soprattutto, però, in campo va Tennis Wilshaw, reduce dalla doppietta segnata al Galles nel giorno dell’esordio con la maglia della nazionale inglese. Wilshaw conferma il momento di grazia realizzando la doppietta che nella ripresa fissa il 2-0 finale.
Nel primo tempo, tuttavia, il Celtic (pure privo del talentuoso Jock Stein) impressiona per la velocità della manovra e la precisione dei passaggi, pur non trovando mai lo spiraglio giusto per battere la magistrale difesa guidata da Billy Wright e Slater,  due accomunati dal singolare record di non essere mai stati ammoniti in tutta la carriera. Dopo la sfida con gli scozzesi, il Molineux aspetterà quasi sei mesi per riaccendersi in notturna. Con il titolo quasi conquistato, l’occasione è però di quelle di assoluto prestigio: arriva il Racing Club di Buenos Aires, grande d’Argentina nel pieno di un tour europeo che porta i ‘Cancioneros de America’ (così chiamati dal canto che usano intonare prima delle partite) in Italia, Jugoslavia, Spagna e Belgio, a sfidare i più grandi club del momento. La curiosità è alimentata anche dal calcio giocato dal Racing, completamente diverso da quello inglese e anche da quello ‘coloniale’ dei sudafricani; un calcio fatto di possesso palla e passaggi corti, ritmi bassi e pochi cross verso il centro dell’area. La forza e la velocità dei Wolves hanno però la meglio anche su avversari così ‘diversi’ da quelli affrontati settimanalmente. L’esordiente Doug Taylor apre le marcature ma Pizzuti pareggia dopo pochi minuti.
 
Nella ripresa la superiore preparazione fisica dei Wolves emerge e prevale, e i gol di Deeley e Mullen fissano il punteggio sul 3-1 finale. Un altro grande successo di grande prestigio seppure senza valore ufficiale, ma comunque un degno coronamento di una stagione straordinaria. Arriva infatti il tanto sospirato titolo, ancor più bello perché soffiato ai rivali di sempre del W.B.A., secondo a quattro punti. In estate si giocano i Mondiali svizzeri, e i Wolves restano protagonisti fornendo alla nazionale inglese le grandi firme Billy Wright, Dennis Wilshaw e Jimmy Mullen. Fra agosto e settembre la squadra di Cullis prosegue il suo personale campionato internazionale per club facendo visita al First Vienna FC (battuto 2-0) e al Celtic (3-3 in un match ad alta tensione). Soprattutto, però, il 29 settembre il Molineux ospita in notturna una fantastica Charity Shield fra Wolves e W.B.A., trionfatori della FA Cup 1954.
Ne viene fuori un classico del calcio inglese, un 4-4 che elettrizza ed entusiasma gli oltre 40,000 spettatori. I Wolves vanno avanti 4-1 grazie ai gol di Swinbourne (2), Deeley e Hancocks, ma subiscono nel finale il ritorno dei Baggies trascinati da uno strepitoso Ronnie Allen, futuro manager proprio dei Wolves ed autore di una tripletta. Due settimane dopo il Molineux ospita un’altra ‘prima volta’, con la prima visita di un club dell’Europa continentale, l’Austria Vienna. Cullis è costretto ad effettuare diversi cambiamenti rispetto alla formazione ‘tipo’, spostando addirittura in attacco Bill Slater. Il generoso difensore dà il massimo per non far notare la bizzarria della sua posizione, ma non riesce ad andare ad un palo colpito di testa. Il portiere austriaco Schmeid fa il resto, opponendosi a tutto quanto gli arrembanti Wolves gli tirano addosso, assurgendo al ruolo di eroe e consentendo ai suoi di uscire imbattuti dal match, primi a riuscirci nella nuova era dei floodlight matches.
 
La rivincita dell’Old Gold non tarda però ad arrivare; a farne le spese gli israeliani del Maccabi Tel Aviv, travolti due settimane dopo con il clamoroso punteggio di 10-0. Roy Swinbourne è l’eroe della serata, realizzando una tripletta, ma è tutta la squadra a girare al meglio, producendo una superba prestazione di calcio offensivo. Il momento di grazia, peraltro, era iniziato già in campionato, con un clamoroso 4-0 rifilato al WBA quattro giorni prima. Ed è un momento che prosegue per tutto il 1954, con le vette dei match  contro Spartak Mosca e Honved Budapest. Sull’onda della crescente attenzione dei mezzi d’informazione, infatti, il Molineux ‘in notturna’ diventa una sorta di ‘salotto buono’ del grande calcio europeo, e molti club si candidano ad affrontare i Wolves, la cui reputazione cresce di pari passo. A metà novembre arriva quindi il turno del temibile Spartak Mosca, reduce dalle clamorose vittorie contro Standard Liegi, Anderlecht e Arsenal. Negli anni ’50, in piena guerra fredda, la visita di una squadra sovietica aggiunge al confronto anche una valenza politica, caricando la partita di un’attesa quasi spasmodica. La dirigenza decide quindi di rendere il match ‘all-ticket’, scatenando una frenetica caccia al biglietto. Sono addirittura installati riflettori supplementari per consentire alla BBC di trasmettere in diretta televisiva il match. Il 16 novembre l’evento finalmente ha luogo, davanti a 55,184 spettatori. Il primo tempo (chiuso sullo 0-0) fa correre brividi sulla schiena a Bert Williams, salvato per due volte da salvataggi sulla linea dei suoi difensori. Lo Spartak gioca la palla con grande precisione e risponde colpo su colpo al classico gioco offensivo dei padroni di casa. Nella ripresa, gradualmente, la superba preparazione fisica dei Wolves prevale, e finalmente al 62° Wilshaw supera Piraev dopo che il portiere russo gli rimpalla il primo tentativo. Ora lo Spartak soffre, ma resiste all’incessante spinta dei Wolves, spronati da un pubblico incontenibile. Nel finale la diga sovietica cede, e Hancocks (2) e Swinbourne trovano la via della porta, dando al risultato proporzioni esaltanti anche se forse eccessive per quanto di buono fatto vedere dallo Spartak.
 
Il 4-0 onora al meglio una delle prime dirette televisive della storia, e proietta le sgargianti casacche color oro dei Wolves nell’immaginario sportivo di tutta l’Inghilterra. Forte di quest’aura di imbattibilità, la ‘sfida finale’ arriva il 13 dicembre 1954. Avversario la Honved Budapest, succursale di quella nazionale ungherese che ha inflitto al calcio inglese la più grande umiliazione della storia, superando i maestri prima a Wembley con un sonoro 6-3 e poi a Budapest con un ancor più pesante 7-1. Ai Wolves è dunque affidato l’orgoglio calcistico di un’intera nazione, da riabilitare in 90 minuti. Ma questa è un’altra storia, anzi questa serata è LA storia, e magari la racconteremo la prossima volta…
 
 
di G.Mallano
Christian Cesarini

Christian Cesarini

Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
Christian Cesarini

Articoli correlati