L’ultimo Immortale: Jock Stein


jockstein.jpgA volte ci sono strani modi di scaldare il cuore di una tifoseria. Per quella del Celtic, storicamente passionale ma su certe cose intollerante quanto quella dei Rangers, ne esiste uno infallibile: riportarle alla mente gli eroici tempi di Jock Stein (si pronuncia “Stin”, ndr), il primo non cattolico a sedersi sulla panchina biancoverde e l’ultimo «immortale». Così gli si era rivolto il 25 maggio 1967 Bill Shankly, leggendario manager del Liverpool, nel fargli i complimenti per la fresca vittoria in Coppa dei Campioni, la prima di una squadra non latina.
In patria, Stein spezza il dominio dei Rangers nel calcio scozzese nell’annata 1965/66 e dà vita al periodo d’oro nella storia del Celtic – una striscia-record di 9 titoli nazionali consecutivi (primato eguagliato dai “cugini” Rangers negli Anni 90), compresi due “trebles” (’67 e ’69) campionato-Coppa di Scozia-Coppa di Lega scozzese.L’impresa più memorabile però fu portare a Glasgow, nel 1967, la Coppa dei Campioni. Eliminati Zurigo, Nantes, Vojvodina e Dukla Praga, in finale il Celtic rimonta con Tommy Gemmell (61’) e Stevie Chalmers (85’) l’illusorio vantaggio nerazzurro (rigore di Mazzola all’8’, concesso per un dubbio fallo di Craig su Cappellini) e realizza una storica impresa i cui protagonisti passeranno alla storia come “The Lisbon Lions”*.
A rendere onore alla prima squadra britannica campione d’Europa provvederà il “Mago” Herrera parlando, nonostante le botte subite dai suoi, di «vittoria dello sport». L’Inter, che in otto giorni perde Coppa Campioni, campionato e Coppa Italia, si vendicherà eliminando gli scozzesi ai rigori nella semifinale ’71-72. Ma nel ’66-67 il Celtic è una corazzata inaffondabile che centra l’en-plein: campionato, Coppa di Scozia, Coppa di Lega, Coppa dei Campioni e Glasgow Cup. Si arena solo sullo scoglio Intercontinentale: il mondiale per club va infatti al Racing di Avellaneda, sconfitto 1-0 a Glasgow, ma vincitore 1-2 a Baires e 0-1 nel «neutro» di Montevideo. I biancoverdi sfiorano il bis europeo tre anni dopo, a Milano contro il Feyenoord. Stavolta però, a prevalere sono gli olandesi (vantaggio del “solito” Gemmell, pareggio di Israël e, nei supplementari, gol-vittoria dello svedese Kindvall). L’epopea del Celtic finisce lì, perlomeno sulla ribalta internazionale, perché ricostruendo sul talento di David (Davie) Hay, Geroge Connelly, Lou Macari, Kenny Dalglish e Danny McGrain, Stein arpiona altri 5 campionati (4 in fila dal ’71 al ’74 più quello del ’77), 5 Coppe di Scozia (’71, ’72, ’74, ’75 e ’77) e 2 Coppe di Lega (’70 e ’75). Alla fine, in 13 anni (e 12 stagioni disputate) Stein vanterà 25 successi (la Coppa Campioni, 10 titoli e 8 Coppe nazionali e 6 Coppe di Lega), senza contare i trofei minori.
 
Nel luglio ’75, il tecnico si salva per miracolo in uno scontro automobilistico avvenuto sulla strada del ritorno a casa da una vacanza a Minorca. Jock deve la vita alla prontezza di un poliziotto che lo raccoglie, in fin di vita, sul ciglio della strada. Stein respira a fatica ma l’agente lo rianima e riesce a farlo ricoverare d’urgenza all’ospedale di Dumfries. Sarà un caso, ma per la prima volta in undici stagioni, e cioè da quando Steine ne era diventato il manager, il Celtic non vince nulla. Tornato in panchina dopo un anno di convalescenza, ma visibilmente meno irrequieto e combattivo, Stein si gode l’ultima stagione di successi e zittisce così le malelingue che non credevano al suo pieno recupero. Appena tornato il grande vecchio, come d’incanto i biancoverdi riconquistano il “double” campionato-coppa (il sesto dopo quelli del ’67, ’69, ’71, ’72 e ’74) e perdono (1-2 con l’Aberdeen) la finale in Coppa di Lega.
Nel 1977-78, la cessione di Dalglish al Liverpool e gli infortuni di Conn e di Stanton mettono fine alle speranze di riportare a Parkhead la Coppa dei Campioni. Stein viene avvicendato da McNeill, capitano a Lisbona ’67, in mezzo a una ridda di voci che vogliono il suo rapporto con la dirigenza irrimediabilmente deteriorato anche per via di un’umiliazione che non meritava, il tentativo di Kelly e Whites di metterlo a raccogliere fondi anziché affidargli la presidenza onoraria del club. Nel 1978 resiste 45 giorni (uno in più di quelli di Brian Clough nel ’74) al Leeds United, poi si dimette e accetta per la seconda volta la panchina della nazionale dopo la parentesi vissuta nel 1965-66. Nei suoi otto anni di gestione, la Scozia centra due qualificazioni mondiali: a Spagna ’82, esce per un gol in meno rispetto all’URSS; a Messico ’86 ci arriva con un altro Ct. Il 10 settembre ’85, al Ninian Park di Cardiff, subito dopo il triplice fischio che sancisce l’1-1 fra Galles e Scozia che vale ai suoi lo spareggio con l’Australia, Jock si accascia lungo la linea laterale e muore per un attacco di cuore, il secondo dopo il principio d’infarto patito nel ’73. Per un uomo di campo, forse la fine più sognata. Deceduto Stein, il giovane Alex Ferguson funge da traghettatore verso la gestione-Roxburgh, ma non riesce a superare la prima fase. Per farcela sarebbero serviti il carisma e la conoscenza del gioco dell’ultimo Immortale.

*Dai “Lisbon Lions” alle multinazionali
Ai giorni nostri le grandi squadre sono autentiche multinazionali del gol, con relativi bilanci e una rete di scouting davvero globale. A rendere speciale quel Celtic era invece la peculiarità, oggi inimmaginabile, che l’intera rosa proveniva dal vivaio, fatto con giovani del luogo e dalle profonde radici locali: l’«undici» campione d’Europa 1966-67 era nato e cresciuto entro 15-30 miglia da Glasgow. Prima di scendere in campo come professionisti al Celtic Park, quasi tutti i giocatori, da ragazzi, avevano tifato per i Bhoys da quelle gradinate. All’arrivo di Stein, nel 1965, il Celtic era un club dalle ampie risorse, ma non vinceva. Il campionato “apparteneva” ai fortissimi Rangers del difensore John Grieg e del mediano “Slim Jim” Baxter. Stein non solo regalò ai biancoverdi Coppa e titolo nel giro di un anno, ma seppe portare la squadra oltre i confini – è il caso di dirlo – parrocchiali fino a issarla sul tetto d’Europa. I “local lads”, i ragazzi del posto, erano diventati i “Lisbon Lions” capaci, nella finale di Lisbona, di sfilare la Coppa dei Campioni alla grande Inter di Helenio Herrera. Come per altri squadroni britannici – caso vuole anch’essi guidati da scozzesi –, il Liverpool di Bill Shankly o il Manchester United di Matt Busby e quello di Alex Ferguson, è stata soprattutto la continuità ad assicurare al Celtic un decennio di successi.

 
 
“<<Football is nothing without fans>>” ( Jock Stein) 
 
Di Christian Giordano, giornalista di Sky Sport 24  (articolo gentilmente concesso dal blog dell’autore e riprodotto in maniera parziale)

Christian Cesarini

Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
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