Quelli che l’Old Firm


oldfirmlogos

Nel mondo del calcio il dibattito su quale sia il derby più sentito, più acceso, potrà andare avanti all’infinito, però è incontestabile che l’Old Firm, come è ribattezzata la stracittadina di Glasgow, racchiuda in sé degli elementi che trascendono la sfida sportiva. Cattolici contro protestanti, Irlanda contro Regno Unito, repubblicani contro monarchici: Celtic contro Rangers è anche questo.

Ripercorrendo a ritroso la storia delle due squadre che dalla loro nascita hanno cannibalizzato il football scozzese collezionando un totale di 93 campionati sui 111 disponibili, in realtà si scopre che per qualche decennio l’odio settario che ha poi intossicato i loro confronti diretti era rimasto quasi del tutto ai margini. Nel 1873 un manipolo di canottieri, i fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Campbell e William McBeath, tutti di religione protestante, fondò il club i cui colori, blu-bianco e rosso, si ispiravano dichiaratamente alla Union Jack, mentre il nome fu preso in prestito da una compagine rugbistica inglese. I Rangers erano l’espressione del West End cittadino, un mix eterogeneo di esponenti della classe dei lavoratori e della borghesia benestante. Allora la divisione era netta anche a livello geografico, dal momento che nell’East End più povero e più «irlandesizzato» il cuore batteva forte per il Celtic, ovvero la società creata nel 1887 da Fratello Walfrid per finanziare la Poor Children’s Dinner Table, la mensa dove trovavano un aiuto e del cibo caldo i poveri di origine irlandese della città. Ora, fatta eccezione per l’elemento religioso, alcune delle «barriere» di una volta si sono un po’ sfumate. Una parte del ceto medio-alto ha origini irlandesi o comunque tifa Celtic, mentre a est ci sono roccaforti dei Blues (il quartiere di Bridgeton) e a ovest dei Bhoys (Govan, appena dietro Ibrox Park).

Ma torniamo in piena epoca vittoriana, agli albori della storia del football, quando le due compagini parevano andare d’amore e d’accordo e condividere un’agenda comune fatta di professionismo e grandi introiti ai botteghini – non a caso l’appellativo Old Firm, vecchia ditta, venne coniato dai tifosi delle altre squadre scozzesi con più di una punta di accezione dispregiativa. Vinta l’opposizione di realtà quasi amatoriali, come il Queen’s Park – tuttora unico club dilettantistico delle divisioni professionistiche scozzesi – a Celts e Gers non rimase che spartirsi a fase alterne Coppa nazionale, campionato e competizioni locali (le mitiche e ormai estinte Charity Cup e Glasgow Cup).

 

Nell’immediato primo dopo guerra l’arrivo a Glasgow dei due armatori dell’Ulster, Edward Harland e Gustav Wolff (quelli del Titanic), contribuì a far esplodere il bubbone del settarismo che ha caratterizzato la rivalità fino ai nostri giorni. In tempi di crisi economica, i due imprenditori nei loro cantieri navali assoldavano solo lavoratori di religione protestante, un principio che estesero dal punto di vista sportivo anche ai Rangers, almeno stando roumors dell’epoca. È un fatto che il duo Harland e Wolff accorse al capezzale dei malmessi Light Blues, rimpinguando le loro esangui casse con un prestito di 90mila sterline e sicuramente rivendicando una certa voce in capitolo in ambito gestionale. È un altro fatto che fino a pochi anni fa i cattolici ad aver vestito la maglia blu arrivavano a stento alla dozzina, e che intanto l’odio tra le due tifoserie aveva superato i livelli di guardia.

 

Più «tolleranti» invece sono sempre stati i bianco-verdi del Celtic, anche se alla fine del diciannovesimo secolo ci furono dirigenti che si batterono per adottare la medesima politica dell’Hibernian di Edimburgo, che all’epoca mandava in campo solo ed esclusivamente giocatori di religione cattolica. Tuttavia uno dei primi portieri del club del Park Head, che di cognome faceva Duff, apparteneva addirittura all’ordine d’Orange (l’organizzazione paramassonica creata nel 1795 per celebrare la vittoria di Guglielmo Terzo di Orange sull’esercito cattolico di Giacomo Secondo nei pressi del fiume Boyne circa un secolo prima). Duff perse il posto in squadra unicamente per demeriti sportivi, dopo aver incassato ben otto gol in un’amichevole giocata con il Dumbarton nel gennaio del 1892. Protestanti erano anche Ronnie Simpson, Tommy Gemmell, Willie Wallace e Bertie Auld, quattro «Lisbon Lions», come furono soprannominati i membri del team che nel 1967 nella capitale portoghese sconfisse l’Inter di Helenio Herrera e riuscì a portare per la prima volta nella storia la Coppa dei Campioni in Gran Bretagna. Protestante era anche Jock Stein, il tecnico di quella fantastica squadra. Uno che tra il 1966 e il 1974 fu capace di vincere nove campionati di fila (record poi eguagliato dai Rangers a cavallo tra anni Ottanta e Novanta) e che pensava che «il calcio senza i tifosi non è niente».

 

In quei gloriosi anni Sessanta – che videro anche i Rangers mettersi in evidenza con buone prestazioni in Europa, poi culminate con la vittoria in Coppa delle Coppe all’inizio del decennio successivo – erano già un elemento acquisito le violenze che troppo spesso facevano da corollario ai confronti tra le due compagini. Botte da orbi tra tifosi sul campo, sugli spalti e fuori dallo stadio erano la norma. Ora vuoi per la globalizzazione del calcio – che ha portato un cattolico, l’italiano Lorenzo Amoruso, a indossare la fascia di capitano dei Rangers – vuoi per le normative anti-hooligans o ancora per l’influenza positiva del processo di pace in Irlanda del Nord, roccaforte di tantissimi tifosi di entrambe le squadre, alcuni spigoli molto appuntiti sembrano essersi in parte smussati, anche se c’è tanta strada da fare per poter raggiungere una situazione di piena normalità.

 

Scritto da Luca Manes

Parzialmente tratto dal quotidiano “Il Manifesto” di domenica 28 Dicembre 2008.

Christian Cesarini

Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
Christian Cesarini

Latest posts by Christian Cesarini (see all)

Lascia un commento