W.Davies: il gallese volante


davieswyn.jpgDelle tante storie che rendono unica la tradizione del Newcastle, quella di Ronald Wyn Davies non è proprio da ‘prima pagina’. Wyn Davies non è stato un ‘numero 9’ tipico nella tradizione del Newcastle. Non ha segnato gol a grappoli come Gallagher, Milburn o Shearer né ha incantato le folle con i suoi colpi di genio come alcuni dei suoi predecessori e successori. Spesso nei suoi cinque anni al St. James Park è stato anche aspramente criticato, ma nonostante tutto ha lasciato un segno indelebile nella storia del club; con la sua personalità, la sua forza aerea, e soprattutto con la firma sull’ultimo grande trionfo del Newcastle, la Coppa delle Fiere del 1969.Proprio  in quell’anno, nel corso di un’intervista, Ivor Broadis lo descrisse così: ‘se si potessero avvitare dei tacchetti sulla sua testa, sarebbe un nuovo George Best’. Paradossale ma incisivo nel sottolineare la straordinaria capacità nel gioco aereo, stridente contrasto con la (stentata) sufficienza con i piedi. Davies arrivò a Newcastle nell’autunno del 1966, al termine di una saga protrattasi per oltre un anno.

Il centravanti del Bolton (con cui realizzò 74 gol in 170 partite) aveva infatti attirato l’attenzione del manager dei Magpies, Joe Harvey, già nell’estate del 1965. Il trasferimento saltò all’ultimo minuto, ma Harvey non cancellò l’appunto dalla sua agenda, e dopo aver evitato di poco la retrocessione, al termine della stagione successiva tornò alla carica. La trattativa si era intanto complicata, perché Davies continuava a segnare ed altri club (Arsenal, Sheffield Wednesday e Sunderland) avevano fatto offerte. La cosa si trascinò ben oltre l’inizio della stagione, e nel frattempo il gallese andò a segno 12 volte nelle prime 12 uscite. Alla fine Harvey ebbe il suo uomo, sborsando la cifra di 80.000 sterline, quasi il doppio del precedente acquisto-record del Newcastle. Un attimo ancora di esitazione e probabilmente sarebbe saltato tutto; poco dopo la firma, infatti, sul tavolo di Davies arrivò l’offerta del Manchester City di Joe Mercer, che dalla sua aveva la vicinanza della città a Bolton e al Galles, dove il centravanti manteneva tutti gli interessi personali e familiari.

Ma ormai il dado era tratto, e Davies arrivò al St. James Park per iniziare la nuova avventura con un severo taglio a spazzola, un cappotto di pelliccia e le scarpette in mano. Schivo e riservato, si trovò letteralmente investito da un’ondata di giornalisti, telecamere, centinaia di tifosi e ragazzini in cerca di autografi, assaggio della passione unica con cui si viveva i calcio sul Tyneside. Volevano farne la prima superstar dell’era del calcio televisivo, ma Davies non era l’uomo giusto; ritroso, spesso solitario e difficile da capire anche per i compagni di squadra, il gallese era il prototipo dell’antidivo. Per un protagonista adeguato, Newcastle avrebbe dovuto attendere ancora qualche anno e l’arrivo da Londra di Malcolm Macdonald.

Davies esordì il  giorno dopo essere arrivato, peraltro nella prestigiosa occasione del derby casalingo contro il Sunderland, e non senza prima aver rischiato il ‘rapimento’ goliardico da parte di un gruppo di studenti universitari, sventato nascondendosi per tutto il giorno in casa di uno dei dirigenti del club. A parte gli aspetti di contorno, Davies si rimboccò subito le maniche per raddrizzare una baracca pericolosamente vicina alla zona retrocessione. Fisicamente poderoso, era a proprio agio nell’area di rigore, dove scambiava senza paura colpi proibiti con i difensori, spesso incapaci di contrastarne regolarmente lo strapotere fisico. Insuperabile di testa, riusciva a rimanere sospeso per aria una frazione di secondo in più del suo marcatore, prendendogli spesso il tempo e lo spazio dell’intervento. Con la palla a terra Davies diventava un giocatore normale, ma con gli anni aveva imparato a sfruttare comunque le sue doti fisiche, offrendosi costantemente come boa avanzata del gioco e punto di riferimento per i compagni. Harvey modellò progressivamente il gioco della squadra alla nuova risorsa offensiva, utilizzando sempre di più le palle lunghe a trovare la testa di Davies.

A volte arrivavano conclusioni dirette, molto più spesso il tocco del centravanti apriva spazi per i compagni di reparto, Bennett prima e Pop Robson negli anni successivi. Un vero e proprio schema, che non fruttava però a Davies un ritorno realizzativo proporzionale alla mole di lavoro svolta per la squadra. Nella prima stagione segnò 9 reti in 30 partite, nella seconda 12 in 40 uscite. Di qui le critiche spesso ingenerose di chi era abituato ad associare al numero 9 del Newcastle decine di gol a stagione. Il vero impatto di Davies fu però evidente quando i Magpies approcciarono le loro prime esperienze continentali. Dopo il match contro il Real Saragozza, per esempio, Pop Robson riferì dello stupore del fortissimo difensore spagnolo Santamaria quando, al primo spiovente, Davies saltò mezzo metro più in alto di lui e praticamente lo oscurò con la sua mole in volo. Con grande onestà Lord Westwood, chairman del Newcastle di quegli anni, affermò che senza Wyn Davies non avrebbero mai vinto la Coppa delle Fiere. In Europa Wyn trovò terreno fertile, realizzando 10 gol in 24 partite; protagonista di duelli fisici epici con i difensori continentali, pagò la sua irruenza con diversi punti di sutura, gomitate, una frattura dello zigomo, la rottura del setto nasale, spesso senza alcuna protezione da parte degli arbitri.

Esaurita l’esperienza europea del Newcastle, cominciarono nuovamente i problemi. Qualche infortunio di troppo e la prevedibilità del gioco del Newcastle che indusse Harvey a ricercare nuove soluzioni emarginarono progressivamente Wyn the Leap. Nell’estate del 1971 arrivò così la cessione al Manchester City, per la somma di 52.000 sterline; Davies chiuse la sua esperienza al St. James Park con 216 partite e 53 gol. Pur continuando ad impaurire le difese con la sua potenza aerea, Davies non riuscì più a replicare la forma degli anni trascorsi a Bolton e Newcastle. Dopo una sola stagione al Maine Road si trasferì ai rivali del Manchester United, e nel 1973 al Blackpool. Anche a Bloomfield Road rimase poco, prendendo la via del sud verso Crystal Palace, Stockport e Crewe, dove chiuse la carriera nel 1978, dopo quasi 700 partite ufficiali e 200 gol al suo attivo. Una carriera iniziata nel 1960 con il Wrexham, dopo la gavetta del calcio amatoriale gallese. Seguito dagli osservatori di diverse squadre importanti, fu il Bolton a fare la prima mossa e lo portò a Burnden Park nel 1962. Il resto è storia, così come le 34 presenze con la nazionale maggiore gallese, dopo aver vestito tutte le maglie giovanili. Non un fenomeno, quindi, ma un giocatore onesto, determinato ed efficace, uno che al St. James Park ha lasciato un segno importante fra i tifosi, che cantavano per lui ‘You’ve not seen nothing like the Mighty Win’, non avete mai visto niente come il meraviglioso Wyn, il Gallese Volante.

 
 
Scritto da Giacomo M.
Pubblicato sul num.12 della fanzine Football Please UK
Autorizzazione alla pubblicazione su questo sito dell’editore della fanzine Football Please UK 

Christian Cesarini

Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
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